Quando arriva un’ondata di calore, il primo effetto sul lavoro non è sempre evidente.

Continuiamo a rispondere alle email, partecipare alle riunioni, spostare materiali, assistere clienti o lavorare davanti al computer. Apparentemente la giornata procede come sempre.

In realtà, l’organismo sta già impiegando una parte delle proprie risorse per mantenere stabile la temperatura corporea.

La stanchezza aumenta. La concentrazione diminuisce. Le decisioni richiedono più energia. Compiamo errori banali e diventiamo più irritabili. Un’attività normalmente semplice può sembrare improvvisamente pesante.

Il caldo sul lavoro non è soltanto un disagio.

Quando l’organismo accumula più calore di quanto riesca a disperderne può svilupparsi una condizione di stress termico, con conseguenze che vanno dal calo delle prestazioni fino a problemi sanitari potenzialmente gravi. L’Organizzazione mondiale della sanità definisce lo stress termico lavorativo come il risultato combinato del calore prodotto dal corpo, delle condizioni ambientali e degli indumenti indossati.  

Per lavorare in sicurezza durante l’estate non basta quindi “resistere”.

Occorre riconoscere i segnali, modificare l’organizzazione della giornata e accettare che, quando le temperature diventano elevate, pretendere lo stesso ritmo di sempre può essere inefficiente oltre che pericoloso.


Perché il caldo rende più difficile lavorare

Il corpo umano cerca di mantenere la temperatura interna entro un intervallo relativamente stabile.

Quando l’ambiente diventa molto caldo, aumenta il flusso di sangue verso la pelle e viene prodotto sudore per disperdere calore. Questi meccanismi richiedono energia e liquidi.

Se la temperatura, l’umidità, l’attività fisica o l’abbigliamento impediscono un raffreddamento sufficiente, il carico sull’organismo cresce.

Le conseguenze possono includere:

  • stanchezza precoce;
  • mal di testa;
  • crampi;
  • debolezza;
  • nausea;
  • vertigini;
  • difficoltà di concentrazione;
  • irritabilità;
  • rallentamento dei riflessi;
  • maggiore probabilità di errore.

EU-OSHA sottolinea che lo stress da calore può compromettere il giudizio e aumentare il rischio di infortunio. Sudorazione intensa, mani scivolose, occhiali protettivi appannati, capogiri e affaticamento possono rendere più pericolose attività normalmente controllabili.  

Il problema non riguarda quindi soltanto la sensazione soggettiva di disagio.

Il caldo può modificare concretamente il modo in cui lavoriamo.


Non conta soltanto la temperatura indicata dal termometro

Un errore frequente consiste nel valutare il rischio osservando soltanto la temperatura dell’aria.

In realtà, lo stress termico dipende da più elementi:

  • umidità;
  • esposizione diretta al sole;
  • ventilazione;
  • durata dell’esposizione;
  • intensità dello sforzo;
  • abbigliamento;
  • dispositivi di protezione;
  • condizioni individuali;
  • possibilità di fare pause;
  • capacità di recuperare durante la notte.

Trenta gradi in un ambiente ventilato e ombreggiato non producono necessariamente lo stesso effetto di trenta gradi sotto il sole, con umidità elevata e un’attività fisica intensa.

Per questo INAIL e CNR hanno sviluppato Worklimate, una piattaforma che fornisce mappe previsionali del rischio tenendo conto del tipo di attività, dell’esposizione e dell’orario. Nel 2026 il progetto è stato aggiornato con Worklimate 3.0, dedicato alla salute occupazionale e alla resilienza aziendale di fronte alle temperature estreme.  


I segnali da non ignorare

I primi sintomi dello stress da calore possono sembrare normali conseguenze di una giornata impegnativa.

È importante, invece, considerarli segnali di allarme:

  • sete intensa;
  • sudorazione molto abbondante;
  • stanchezza insolita;
  • mal di testa;
  • nausea;
  • vertigini;
  • crampi muscolari;
  • difficoltà a mantenere l’attenzione;
  • sensazione di confusione;
  • coordinazione meno precisa.

Quando una persona manifesta confusione marcata, perdita di coscienza, comportamento anomalo, difficoltà nel parlare, pelle molto calda o altri sintomi importanti, la situazione può essere urgente e richiede assistenza immediata.

Non bisogna lasciare sola la persona, né costringerla a continuare il lavoro.

Le indicazioni sanitarie ufficiali e le procedure aziendali devono sempre prevalere sulle regole generali contenute in un articolo informativo.


Il caldo riduce la produttività, ma non è colpa del lavoratore

Durante un’ondata di calore, un calo del ritmo non è necessariamente mancanza di motivazione.

È una risposta fisiologica.

L’Organizzazione internazionale del lavoro ha stimato che, entro il 2030, lo stress termico potrebbe causare ogni anno la perdita di oltre il 2% delle ore di lavoro mondiali, perché alcune attività non potranno essere svolte oppure dovranno procedere più lentamente. La stima equivale a circa 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno.  

Anche il Joint Research Centre della Commissione europea ha pubblicato nel maggio 2026 un’analisi dedicata agli effetti dello stress termico sulla produttività e sulle economie regionali europee.  

La risposta corretta non consiste quindi nel chiedere alle persone di sforzarsi maggiormente.

Consiste nell’organizzare il lavoro in maniera diversa.


Come organizzare la giornata nelle ore più calde

La prevenzione più efficace non dipende da un singolo accorgimento, ma dalla combinazione di più misure.

Anticipare le attività più impegnative

Quando possibile, le attività che richiedono maggiore sforzo fisico o concentrazione dovrebbero essere collocate nelle ore più fresche.

Per chi lavora all’aperto può significare iniziare prima ed evitare le fasce centrali della giornata.

Per chi lavora in ufficio o da casa può significare concentrare al mattino:

  • analisi complesse;
  • scrittura;
  • attività strategiche;
  • decisioni importanti;
  • riunioni impegnative.

Le ore più calde possono essere dedicate a compiti più semplici e ripetitivi.

Non si tratta di lavorare meno, ma di distribuire meglio l’energia disponibile.

Aumentare le pause

Durante il caldo le pause non sono una perdita di produttività.

Sono uno strumento per preservarla.

L’ILO evidenzia che programmi ben pianificati di alternanza tra lavoro e riposo possono ridurre lo stress termico senza compromettere la produttività complessiva.  

Una pausa breve, effettuata prima che compaia una forte stanchezza, è spesso più efficace di un’interruzione lunga resa necessaria da un malessere.

La frequenza e la durata devono essere adattate a:

  • temperatura;
  • umidità;
  • tipo di attività;
  • esposizione al sole;
  • condizioni del lavoratore;
  • dispositivi indossati.

Ridurre il carico quando il rischio aumenta

Nelle giornate più critiche può essere necessario:

  • diminuire il ritmo;
  • alternare attività pesanti e leggere;
  • aumentare il numero di persone impiegate;
  • usare ausili meccanici;
  • riprogrammare le lavorazioni;
  • rinviare le attività non urgenti;
  • prevedere una rotazione.

L’obiettivo non è mantenere a ogni costo lo stesso programma.

È completare il lavoro senza compromettere la salute delle persone.


Idratarsi bene: non basta bere quando arriva la sete

La sete non è sempre un indicatore tempestivo.

Durante il lavoro è preferibile bere regolarmente, soprattutto quando l’ambiente è caldo o si svolge attività fisica.

In termini pratici:

  • tenere l’acqua facilmente accessibile;
  • bere a intervalli regolari;
  • non aspettare di avere molta sete;
  • evitare eccessi di alcol;
  • non affidarsi esclusivamente a bevande molto zuccherate o ricche di caffeina;
  • seguire eventuali indicazioni mediche individuali.

Le persone con patologie cardiache, renali o metaboliche, o che assumono determinati farmaci, non dovrebbero modificare autonomamente la quantità di liquidi o l’apporto di sali.

In questi casi è opportuno attenersi alle indicazioni del proprio medico.


Abbigliamento e ambiente di lavoro

Quando le attività e le norme di sicurezza lo permettono, sono preferibili indumenti:

  • leggeri;
  • traspiranti;
  • comodi;
  • di colore chiaro;
  • non eccessivamente aderenti.

Chi lavora all’aperto deve proteggersi anche dall’esposizione solare, senza però alterare o rimuovere dispositivi di protezione obbligatori.

Negli ambienti interni è utile agire su più fronti:

  • schermare le finestre nelle ore di maggiore irraggiamento;
  • favorire la ventilazione quando l’aria esterna è più fresca;
  • limitare le apparecchiature che producono calore;
  • utilizzare ventilatori o climatizzazione in modo adeguato;
  • evitare sbalzi termici eccessivi;
  • mantenere libere le prese d’aria;
  • prevedere zone più fresche per le pause.

Il ventilatore, da solo, non è sempre sufficiente in condizioni estreme e può non essere adatto a ogni situazione. La strategia deve essere valutata in relazione alla temperatura e alle caratteristiche dell’ambiente.


Smart working con il caldo: il rischio nascosto della casa

Lavorare da casa può apparire meno esposto rispetto a un’attività all’aperto.

Non è sempre così.

Molte abitazioni non sono state progettate come luoghi di lavoro per otto ore consecutive. Una stanza esposta al sole può accumulare calore durante la giornata, specialmente se contiene computer, monitor e altri dispositivi accesi.

Inoltre, chi lavora da remoto tende spesso a fare meno pause perché non deve spostarsi tra uffici, sale riunioni o aree comuni.

Il risultato può essere una lunga esposizione in un ambiente caldo, con poca ventilazione e senza vere interruzioni.

Cinque accorgimenti per lavorare da casa in estate

1. Scegliere la stanza più fresca

Non è necessario lavorare sempre nello stesso punto. Nei giorni più caldi può essere utile spostarsi temporaneamente in una stanza meno esposta.

2. Proteggere l’ambiente prima che si scaldi

Abbassare tende e schermature prima che il sole raggiunga direttamente la finestra è più efficace che cercare di raffreddare una stanza già surriscaldata.

3. Ventilare nelle ore giuste

Aprire le finestre al mattino presto o durante le ore più fresche può aiutare. Nelle ore molto calde, lasciare entrare aria esterna più calda può invece peggiorare la situazione.

4. Ridurre le fonti di calore

Monitor aggiuntivi, stampanti, lampade e dispositivi lasciati accesi contribuiscono, anche se in misura diversa, al riscaldamento dell’ambiente.

5. Programmare le pause

Inserire le pause nel calendario può sembrare eccessivo, ma evita di trascorrere molte ore consecutive davanti allo schermo.


Caldo e concentrazione: perché aumentano gli errori

Lavorare in un ambiente caldo non provoca soltanto stanchezza fisica.

Può ridurre la qualità dell’attenzione.

Questo diventa particolarmente rilevante per chi svolge attività che richiedono:

  • guida;
  • controllo di macchinari;
  • calcoli;
  • gestione di denaro;
  • somministrazione di farmaci;
  • assistenza alle persone;
  • decisioni rapide;
  • lavoro in altezza;
  • compilazione di documenti delicati.

Quando la concentrazione diminuisce, non sempre ce ne accorgiamo immediatamente.

Per ridurre gli errori nelle ore più calde può essere utile:

  • lavorare su una sola attività alla volta;
  • usare checklist;
  • rileggere le comunicazioni importanti;
  • rinviare, quando possibile, decisioni non urgenti;
  • prevedere un controllo incrociato;
  • ridurre notifiche e interruzioni;
  • spezzare le attività complesse in passaggi più brevi.

La produttività sostenibile non consiste nel mantenere artificialmente lo stesso ritmo.

Consiste nel proteggere la qualità del risultato.


Il ruolo di manager e aziende

La prevenzione non può essere lasciata completamente al singolo lavoratore.

Dire a una persona di bere di più non risolve un’organizzazione che impone ritmi incompatibili con le condizioni ambientali.

EU-OSHA ribadisce che l’esposizione al caldo deve essere trattata come un rischio professionale, attraverso valutazione, prevenzione e un piano d’azione.  

Le aziende possono intervenire attraverso:

  • valutazione del rischio;
  • monitoraggio delle previsioni;
  • revisione di orari e turni;
  • disponibilità di acqua;
  • zone di riposo ombreggiate o climatizzate;
  • formazione sui sintomi;
  • procedure di emergenza;
  • acclimatazione graduale;
  • attenzione particolare ai nuovi assunti;
  • comunicazioni chiare e tempestive;
  • possibilità reale di segnalare un malessere.

In Italia, il Protocollo quadro sulle emergenze climatiche negli ambienti di lavoro è stato recepito con decreto del 9 luglio 2025. Regioni e autorità locali possono inoltre adottare ordinanze specifiche in presenza di condizioni di rischio elevato.  

In Lombardia, nel 2026 è stata prevista una disciplina specifica per alcune attività lavorative all’aperto durante le fasce più calde, collegando le limitazioni ai livelli di rischio indicati da Worklimate.  

Poiché obblighi e ordinanze possono cambiare in base al territorio, al settore e al periodo, aziende e professionisti devono consultare le fonti istituzionali aggiornate.


Chi è maggiormente vulnerabile

Il caldo può colpire chiunque, ma alcune persone possono essere più esposte:

  • lavoratori non acclimatati;
  • persone anziane;
  • lavoratori con patologie croniche;
  • chi assume determinati farmaci;
  • persone che hanno dormito poco;
  • chi ha già avuto episodi legati al caldo;
  • lavoratori che indossano dispositivi pesanti;
  • persone che svolgono attività fisica intensa;
  • chi lavora da solo;
  • lavoratori che non riescono ad accedere facilmente all’acqua.

Essere più vulnerabili non significa necessariamente non poter lavorare.

Significa che il rischio deve essere valutato con maggiore attenzione e, quando necessario, con il supporto del medico competente o del professionista sanitario di riferimento.


Un semplice piano personale per le giornate più calde

Prima di iniziare la giornata, prova a rispondere a queste domande:

  1. Qual è il livello di rischio previsto nella mia zona?
  2. Quali sono le attività più impegnative?
  3. Posso svolgerle nelle ore più fresche?
  4. Ho acqua facilmente disponibile?
  5. Dove posso fare una pausa in un luogo fresco?
  6. Quali sintomi devo riconoscere?
  7. Chi posso contattare se mi sento male?
  8. Posso ridurre o rinviare qualche attività non urgente?

Questo controllo richiede pochi minuti, ma trasforma la gestione del caldo da reazione improvvisata a prevenzione consapevole.


Gli strumenti da consultare

Durante l’estate è utile verificare regolarmente:

  • i bollettini sulle ondate di calore del Ministero della Salute;
  • le mappe previsionali Worklimate;
  • gli avvisi della propria Regione;
  • le eventuali ordinanze comunali o regionali;
  • le procedure aziendali;
  • le comunicazioni del responsabile della sicurezza.

Il Ministero della Salute aggiorna dal lunedì al venerdì i bollettini relativi a 27 città italiane, con previsioni a uno, due e tre giorni.  

Gli strumenti previsionali non sostituiscono la valutazione delle condizioni reali, ma aiutano a organizzarsi prima che il rischio diventi elevato.


Conclusione: rallentare può essere la scelta più produttiva!

Durante le ondate di calore, lavorare bene non significa ignorare la fatica.

Significa riconoscere che il corpo sta affrontando una condizione ambientale più impegnativa e adattare di conseguenza ritmo, orari e aspettative.

Bere regolarmente, fare pause, spostare le attività più complesse, ventilare gli ambienti e riconoscere i sintomi sono misure importanti.

Ma la prevenzione più efficace nasce dall’organizzazione.

Un luogo di lavoro sano non chiede alle persone di dimostrare resistenza.

Crea condizioni in cui nessuno debba scegliere tra completare un’attività e proteggere la propria salute.


Ora tocca a te!

Prima di iniziare la prossima giornata calda, controlla il bollettino della tua zona e individua l’attività più impegnativa prevista.

Spostala nelle ore più fresche, programma almeno una pausa in più e condividi il piano con chi lavora con te.

Proteggere energia e attenzione non significa essere meno professionali.

Significa rendere il lavoro più sicuro, lucido e sostenibile.


Domande frequenti

Le risposte alle principali vostre richieste

Che cos’è lo stress termico sul lavoro?

È la condizione in cui il corpo accumula più calore di quanto riesca a disperderne. Dipende dalla temperatura, dall’umidità, dall’attività fisica, dall’abbigliamento e dalla durata dell’esposizione.

Quali sono i primi sintomi del caldo eccessivo?

Tra i segnali iniziali possono esserci sete intensa, sudorazione abbondante, stanchezza, mal di testa, crampi, nausea, vertigini e difficoltà di concentrazione.

Il caldo può ridurre la produttività?

Sì. Le alte temperature possono aumentare la fatica, rallentare il lavoro, ridurre l’attenzione e accrescere la probabilità di errori. La soluzione è riorganizzare le attività, non forzare il ritmo.

Quante pause bisogna fare quando fa caldo?

Non esiste una durata valida per ogni situazione. Frequenza e lunghezza dipendono da temperatura, umidità, esposizione al sole, sforzo fisico, abbigliamento e condizioni individuali. Le pause devono aumentare quando cresce il rischio.

Come lavorare da casa durante un’ondata di calore?

È utile scegliere la stanza più fresca, schermare le finestre prima che l’ambiente si scaldi, ventilare nelle ore più fresche, spegnere i dispositivi non necessari e programmare pause regolari.

Bere caffè quando fa caldo è sconsigliato?

Una quantità moderata può rientrare nelle normali abitudini, ma non dovrebbe sostituire l’acqua. Chi ha condizioni mediche particolari deve seguire le indicazioni del proprio medico.

Dove posso controllare il rischio caldo per il lavoro?

È possibile consultare i bollettini del Ministero della Salute e le mappe Worklimate sviluppate da INAIL e CNR. Vanno inoltre verificati gli avvisi regionali e le procedure aziendali.

Il datore di lavoro deve considerare il rischio caldo?

Il caldo deve essere valutato nell’ambito della salute e sicurezza sul lavoro. Le misure concrete dipendono dal settore, dalle attività, dal territorio e dalle disposizioni in vigore.


Fonti

  • Organizzazione mondiale della sanità e Organizzazione meteorologica mondiale, Climate change and workplace heat stress, rapporto tecnico e linee guida pubblicati il 22 agosto 2025.  
  • Organizzazione mondiale della sanità, Workplace heat stress: questions and answers, 22 agosto 2025.  
  • EU-OSHA, Heat at work: Preventing illness and protecting workers, 7 agosto 2025.  
  • EU-OSHA, Heat at work: rising risks demand workplace action, 8 luglio 2026.  
  • EU-OSHA, Extreme heat puts workers at risk. OiRA can help, 6 luglio 2026.  
  • EU-OSHA, risorse dedicate a cambiamento climatico e sicurezza sul lavoro.  
  • Ministero della Salute, bollettini sulle ondate di calore aggiornati con previsioni a 24, 48 e 72 ore.  
  • CNR e INAIL, Worklimate 3.0, progetto aggiornato nel giugno 2026.  
  • Organizzazione internazionale del lavoro, Working on a warmer planet e Heat at work: Implications for safety and health.  
  • Joint Research Centre della Commissione europea, Climate change, heat stress and labour productivity, 16 maggio 2026.  
  • Assolombarda, riepilogo del Protocollo quadro italiano sulle emergenze climatiche negli ambienti di lavoro.  
  • Regione Lombardia, ordinanza 2026 per la tutela dei lavoratori esposti alle alte temperature.